Parigi 2024: la sintesi del DT Riccardo Vernole

Nel day after di questa trionfale XVII Paralimpiade incontriamo il Direttore Tecnico Riccardo Vernole al quale chiediamo un bilancio di Parigi 2024.

Buongiorno Riccardo, una domanda banale ma doverosa: sei soddisfatto?

Felice è dire poco. Siamo arrivati a Parigi circondati da grandi aspettative, sulla scorta dei risultati di Tokyo 2020 e di tutte le manifestazioni successive: Europei e Mondiali che, pur non essendo manifestazioni in alcun modo comparabili con una Paralimpiade, ci avevano costretti nello scomodo ruolo di un team dal quale si attendono risultati importanti.
Con l’argento di Simone Barlaam, che ha avuto l’ingrato compito di rompere il ghiaccio nuotando a fianco del beniamino di casa Ugo Didier nei 400 stile libero, abbiamo subito avuto conferma che non sarebbe stata una passeggiata: concorrenza di livello elevatissimo, condizioni ambientali estreme con la Défense Arena che per dieci giorni è stata un’autentica bolgia, in senso positivo ma creando un contesto al quale nel nuoto paralimpico non siamo abituati.
Dieci giorni intensi chiusi esattamente come avevamo sognato: vittoria e record del mondo nella staffetta 4x100 stile libero, sulla quale fino all’ultimo momento abbiamo avuto dei dubbi: Stefano Raimondi e Giulia Terzi avevano gareggiato lungo tutto l'arco della manifestazione e in particolare nell’ultima giornata. Ma quella era la formazione che avevamo in testa e abbiamo dato fiducia ai ragazzi, che ci hanno ripagato come meglio non si poteva.
Siamo immensamente soddisfatti: terzi nel medagliere e primi fra gli uomini, anche considerando le medaglie conquistate dai nuotatori della Russia che gareggiavano come atleti neutrali.

Hai giustamente precisato che Paralimpiadi e Campionati Europei non sono manifestazioni paragonabili: puoi spiegarci il perché?

Non solo non sono paragonabili, ma anche il paragone fra due edizioni delle stesse Paralimpiadi è improprio. A differenza di altre discipline, il panorama del nuoto paralimpico cambia drasticamente da un anno all’altro, sia perché la nostra disciplina attira sempre di più nuove leve, sia perché, particolarmente in alcune classi (S10-S12- S13- S14), c’è un accesso continuo di atleti già maturi per competere ad alto livello. Nel nostro caso penso al biennio 2017/2018 quando nella Squadra Nazionale sono arrivati Simone Barlaam Carlotta Gilli e Stefano Raimondi. Questo rende anche molto difficile delineare delle proiezioni di medio lungo termine. Inoltre c’è un atteggiamento costante della Cina che nuota a fari spenti per due/tre stagioni e nell’anno paralimpico sfodera prestazioni di livello clamoroso. Infine, il programma paralimpico è ridotto rispetto a Mondiali ed Europei e può capitare che vengano escluse gare nelle quali ci sono aspettative di medaglia importanti. Per rimanere in casa nostra, pensiamo ai 100 stile libero S9 che non erano nel programma di Parigi e nei quali Simone Barlaam si sarebbe presentato da primatista del mondo e campione di tutto. Ovviamente questa non è una recriminazione perché il problema riguarda anche le altre nazioni, ma è un esempio che serve a chiarire il concetto. Faccio un altro esempio, questa volta in positivo: ai Mondiali di Londra 2019, nostro primo mondiale in cima al medagliere, saremmo arrivati secondi se fosse stato un Europeo, questo a dimostrare che ogni competizione ha la sua storia che rende difficile fare confronti e previsioni. Certamente quando una squadra ottiene stabilmente risultati come quelli dell’Italia poi non ci si possono permettere risultati al di sotto di un certo livello.

Alla luce di tutto questo, cosa ci dobbiamo attendere per il futuro?

Ribadisco quanto espresso in più occasioni: a Parigi abbiamo presentato la Nazionale più forte di sempre. Un mix perfetto tra campionissimi, atleti di esperienza e giovani di talento, frutto di anni di programmazione e lavoro da parte delle società, dei tecnici e della Federazione. Doveva essere la “nostra” Paralimpiade e lo è stata. È un gruppo che non ha certamente chiuso il proprio ciclo: anche atleti maturi come il capitano Efrem Morelli e Francesco Bettella hanno manifestato la volontà di proseguire nella prossima stagione perché proprio non riescono a vedere il costume appeso al chiodo, però certamente si pone il tema del ricambio. A questo proposito è utile ricordare che abbiamo portato a medaglia 17 atleti su 28 convocati e altri 7 hanno avuto come migliore risultato il quarto posto, in alcuni casi per pochi centesimi. Los Angeles è lontana e vicinissima allo stesso tempo. Tra Tokyo e Parigi non c’è stato quasi neppure il tempo di pensare: un paio di settimane di riposo e poi subito in acqua. Il ripristino del ciclo quadriennale permette una programmazione più tradizionale ma alla quale dovremo applicarci da subito. Le nostre punte saranno ancora nel pieno della loro maturità agonistica ma dovremo cercare di evitare la sensazione di appagamento. Parallelamente dovremo favorire il processo di maturazione dei giovani e proseguire la selezione di nuovi talenti, e per questo dovremo trovare le risorse per accompagnare più da vicino possibile i nuotatori più promettenti.

Sappiamo che preferisci sempre parlare del gruppo senza soffermarti sui singoli, ma due parole su Stefano Raimondi crediamo vadano spese.

Stefano è arrivato a Parigi al top della forma. Il quarto posto nei 50 stile libero da un lato lo ha deluso ma dall’altro ha acceso quella scintilla che si è trasformata nel fuoco che abbiamo visto bruciare dal primo all’ultimo giorno: ha sbaragliato la concorrenza in quattro gare individuali su cinque, cedendo solo nei 100 dorso dove l’olandese Ned van den Voort era obiettivamente ingiocabile, e lanciando verso l’oro la staffetta 4x100 stile libero. Anche per Stefano vale il discorso che facevo prima: vincere tanto rischia di spegnere la motivazione, e il mondo paralimpico non ti permette di sedere sugli allori. Il nuovo Stefano Raimondi potrebbe essere dietro l’angolo ed è importante tenere vivi gli stimoli.

Tornando al tema del ricambio, come pensi di muoverti? Con un reclutamento a 360 gradi o con un’attenzione particolare verso singole classi?

Come ho detto anche prima dei Giochi, noi lavoriamo per costruire la squadra più forte possibile indipendentemente dalle tipologie di disabilità rappresentate, diversamente violeremmo lo spirito del nuoto paralimpico. Certamente c’è il tema della classe S14, quella della disabilità intellettivo relazionale, rispetto alla quale da un lato dobbiamo studiare il modello britannico che su questa tipologia di gare ha fondato il proprio medagliere e dall’altro affinare le sinergia con la FISDIR che di queste fattispecie si occupa in maniera specifica. Questo ci riporta alla questione delle risorse: individuare atleti talentuosi e tecnici capaci, accompagnarli nel loro percorso e far sbocciare le loro potenzialità richiede tempo ed energie, ma su questo la Federazione si è sempre adoperata con grande efficacia e quindi resto fiducioso. Il lavoro non ci spaventa.

Hai citato i tecnici, che rappresentano il cuore del movimento. A Parigi è aumentato anche il numero di allenatori e allenatrici che hanno portato atleti in finale o a medaglia. Nei giorni scorsi Massimiliano Tosin ha speso parole molto importanti sul rapporto atleta allenatore. Anche a beneficio di chi magari conosce meno la nostra realtà puoi spiegarci la figura e il ruolo del tecnico di nuoto paralimpico?

I tecnici sono il cuore dello sport paralimpico in generale e del nuoto in particolare. Analizzando i risultati di Parigi si vede come nella maggior parte dei casi l’allenatore che porta l’atleta a medaglia lo segue dall’inizio del suo percorso. È un rapporto quasi simbiotico che investe tutti gli aspetti della vita del nuotatore, e questo è ancor più vero nelle classi più basse nelle quali ciascun atleta ha caratteristiche e necessità peculiari e richiede un percorso totalmente individualizzato. Questa è forse la differenza più evidente rispetto allo sport olimpico e può rappresentare una grande occasione di riflessione crescita per i tecnici che arrivano da quel mondo. Di questo parlavo con Tanya Vannini, allenatrice di Federico Bicelli, che mi raccontava come ha dovuto adattare la propria esperienza e le proprie competenze alle esigenze dell’atleta: una sfida stimolante della quale beneficia l’intera squadra. Gli allenatori che si mettono in gioco con l’attività paralimpica difficilmente se ne staccano, perché delle emozioni e degli stimoli che entrano in gioco poi difficilmente si riesce a fare a meno: ogni giorno bisogna essere disponibili a modificare anche drasticamente i propri programmi perché drasticamente possono cambiare le condizioni dell’atleta, e tutto questo è molto impegnativo ma enormemente educativo e gratificante.

Lasciando per un attimo da parte le azzurre e gli azzurri, cosa ti ha più impressionato in questa Paralimpiade?

Come credo qualsiasi osservatore “del mestiere”, sono una volta di più rimasto sbalordito dallo strapotere cinese in particolare nelle categorie S5 e S6, dove si assiste ormai al monopolio di atlete e atleti privi degli arti superiori che nelle gare brevi non hanno più rivali: il vantaggio derivante dalla possibilità di eseguire il tuffo e la subacquea è evidentemente incolmabile, e questo credo dovrà trovare riscontro in una revisione del regolamento tecnico o nelle modalità di classificazione nel senso una classe sportiva per ogni stile. Il tema investe anche le gare dei misti, nelle quali gli atleti con questa tipologia di disabilità nuotano tre frazioni sostanzialmente nello stesso modo, al punto di snaturare il concetto stesso di “misti”. Tutto assolutamente legittimo, ma una situazione che certamente andrà messa sotto osservazione per evidenti ragioni di equità. Questo mi dà anche l’occasione di ricordare un enorme lavoro che la nostra Federazione svolge e del quale pochi hanno contezza: il continuo e meticoloso confronto con World Para Swimming per proporre, suggerire, dove necessario esigere monitoraggi e interventi correttivi di situazioni che possono alterare l’equità delle competizioni. Senza presunzione: in questo siamo non dico i soli, ma certamente i più attenti ed efficaci anche a beneficio delle altre nazioni, e questa attenzione viene riconosciuta. Ricordo che a Parigi c’è stato un altro evento storico per il nuoto paralimpico italiano: il nostro Daniele Rocchi è stato il primo italiano a ricoprire il ruolo di Giudice Arbitro in una sessione di finali delle Paralimpiadi.
Per concludere un ringraziamento a tutto il pubblico della Défense Arena: caloroso e sportivo, ci ha accompagnato per dieci giorni con grosso entusiasmo, scatenati durante le premiazioni dei loro atleti ma anche durante l'inno di Mameli sempre accompagnato con il battito delle mani.
Vedere tanti fans azzurri tra il pubblico e sapere che dall'Italia abbiamo avuto più di un milione di telespettatori in alcune giornate ci ha reso forti come non mai.


PARIGI 2024

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